Molestie sessuali sul lavoro, per fronteggiare lo spinoso e dilagante problema nasce un apposito centro, per volontà della Cisl Monza Brianza.

Molestie sessuali sul lavoro: ci pensa la Cisl con un apposito centro

“Per far fronte al fenomeno sempre più diffuso delle discriminazioni e delle molestie sessuali nelle fabbriche e negli uffici, la Cisl Monza Brianza Lecco ha deciso di costituire, all’interno del proprio ufficio legale, un apposito centro” si legge quindi in una nota del sindacato. La struttura verrà gestita in particolare dall’avvocato Tatiana Biagioni, esperta di diritto del lavoro, componente dello staff legale della Cisl. Lo sportello verrà presentato ufficialmente lunedì 19 febbraio alle ore 15 a Lecco, nella sede della Cisl Monza Brianza Lecco in via Besonda 11. All’incontro prenderanno parte Rita Pavan, segretaria generale Cisl Monza Brianza Lecco, l’avvocato Tatiana Biagioni e Stefano Goi, responsabile dell’ufficio legale Cisl Monza Brianza Lecco.

 

Dati Istat inquietanti

Proprio in questi giorni l’Istat ha pubblicato i dati di una inchiesta realizzata tra il 2015 e il 2016 sulle molestie e i ricatti sessuali sul luogo di lavoro. Con riferimento ai soli ricatti sessuali sul luogo di lavoro si stima che, nel corso della vita, 1 milione 173mila donne (7,5%) ne sono state vittima. Molestie subite  per essere assunte, per mantenere il posto di lavoro oppure per ottenere progressioni nella carriera.  Sono 167mila le donne che hanno subito queste forme di ricatto negli ultimi tre anni (l’1,1%). Al momento dell’assunzione ne sono state colpite più frequentemente le donne impiegate (37,6%) o le lavoratrici nel settore del commercio e dei servizi (30,4%). La quota maggiore delle vittime, inoltre, lavorava o cercava lavoro nel settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (20%) e in quello del lavoro domestico (18,2%).

Tanti casi, poche denunce

Dall’indagine Istat emerge che nell’11,3% dei casi le donne vittime hanno subito più ricatti dalla stessa persona e il 32,4% dei ricatti viene ripetuto quotidianamente o più volte alla settimana.  La grande maggioranza delle vittime (69,6%) ritiene molto o abbastanza grave il ricatto subito. Ciononostante, nell’80,9% dei casi, le vittime non ne hanno parlato con alcuno sul posto di lavoro. Quasi nessuna, inoltre, ha denunciato il fatto alle Forze dell’Ordine. Se una donna subisce un ricatto sessuale, nell’80,9% dei casi non ne parla con alcuno sul posto di lavoro. Solo il 15,8% di coloro che subiscono ricatti nel corso della vita ha raccontato la sua esperienza e ne ha parlato soprattutto con i colleghi (8,2%). Molto meno con il datore di lavoro (4,1%), con i dirigenti o l’amministrazione del posto di lavoro (3,3%) o con i sindacati (1,0%). Quasi nessuna ha fatto denuncia alle Forze dell’Ordine.

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La paura

Le motivazioni più frequenti per non denunciare il ricatto subito nel corso della vita derivano dalla scarsa gravità percepita dell’episodio (27,4%) dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla loro impossibilità di agire (23,4%), dalla scelta di non accettare il ricatto e rinunciare al lavoro (19,8%) o di essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (18,6%) e dalla paura di essere giudicate e trattate male al momento della denuncia (12,7%). Per i ricatti subiti negli ultimi tre anni prevalgono, invece, come motivazioni la rinuncia al posto di lavoro (22,4%), la mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine (22,1%), l’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (19,5%) e la paura delle conseguenze per sé e per la famiglia (indicata dal 18,3% delle vittime) mentre diminuisce l’indicazione della scarsa gravità dell’episodio come motivo per non denunciare (18%).

La sconfitta peggiore

Il 24,2% delle donne che ha subito ricatti nel corso della vita (36,9% negli ultimi tre anni) ha preferito non rispondere al quesito “Qual è stato l’esito del ricatto sessuale?” che evidentemente ha ritenuto troppo personale, il 33,8% ha cambiato volontariamente lavoro o ha rinunciato alla carriera, il 10,9% è stata licenziata o messa in cassa integrazione o non è stata assunta, mentre nel 20% dei casi non vi è stato alcun esito.