Ci sono voluti 10 anni e tre gradi di giudizio per raggiungere la condanna in via definitiva di un uomo di 33 anni, originario dello Sri Lanka, che un decennio fa assieme ad altri due complici ha commesso violenza sessuale su una giovane ragazza di San Colombano al Lambo con importanti problemi di deambulazione.

Ieri l’arresto e la reclusione in carcere

A seguito della decisione della Corte di Cassazione di rigettare il ricorso presentato dal 33enne confermando la condanna a 4 anni di carcere per violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo, mercoledì 3 luglio 2019 l’uomo è stato arrestato e condotto in carcere a Lodi, il più vicino.

L’operazione dei Carabinieri di San Colombano al Lambro

I Carabinieri della stazione di San Colombano al Lambro si sono recati sul posto di lavoro di N.N.S.N., cingalese classe 1986, prelevando l’uomo per trasferirlo immediatamente nel carcere di Lodi. Nel corso di questi 10 anni l’uomo ha proposto ricorso fino ad arrivare alla Corte di Cassazione, che ha negato le sue richieste confermando la condanna. In carcere anche uno dei complici, che non aveva presentato ricorso scontando fin da subito la propria condanna in carcere.

In base a quanto riportato dal Comandante dei Carabinieri di San Colombano al Lambro , l’Arma è ora sulle tracce del terzo stupratore, all’epoca dei fatti minorenne, che nel corso di questi anni avrebbe cambiato spesso dimora e residenza in tutta la penisola italiana.

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La violenza sessuale a danni di una giovane disabile

La violenza sessuale di gruppo è stata consumata 10 anni fa da N.N.S.N. assieme ad altri due uomini, L.A. del 1989 e A.A.I. del 1992 (entrambi di origine romena), in una via pubblica di San Colombano, in una zona centrale ma poco frequentata.  All’epoca dei fatti i tre avevano rispettivamente 23, 20 e 17 anni.

Il Tribunale di Lodi, congiuntamente al Tribunale dei minorenni (poichè A.A.I. al momento della commissione del reato risultava essere ancora minorenne) ha fin da subito creduto alle dichiarazioni fornite dalla vittima, contrarie a quelle degli aggressori che sostenevano si fosse trattato di un rapporto consenziente.

Giordana Liliana Monti

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